di Paolo Uliana

Riflessioni 1

Queste prime riflessioni sul mio lavoro, sotto forma di auto-intervista, sono state scritte nel periodo tra il  29 aprile e il 7 maggio  2004

 

Quale motivo ti ha spinto ad iniziare?

Mi vergogno quasi a dirlo, ma l’idea iniziale mi è venuta dal film “Twister“, del 1996, dove si racconta di una coppia di ricercatori che cercano di studiare la dinamica di un tornado in piena azione cercando di collocare, tra mille rischi, un analizzatore all’interno del tornado stesso. Hanno però un problema tecnico da risolvere. Uno dei personaggi di questo film è una artista cinetica che ispirerà con una sua opera i protagonisti a risolvere il problema tecnico fondamentale per la riuscita del loro progetto. Infatti i due applicheranno piccole ventole di lamiera di alluminio ai sensori dell’analizzatore e finalmente, con grande tensione, riusciranno nell’intento.
La molla mi è scattata non solo grazie alla fugace visione di alcune opere (delle quali ho successivamente individuato il vero autore, Evan Lewis) quanto per il fatto che i protagonisti, per costruire le ventole di alluminio, usano lattine usate.
L’idea di una scultura in movimento sotto l’azione del vento e dell’uso di materiali riciclati si è impossessata di me e, dopo un periodo di incubazione piuttosto lungo, ho provato il desiderio di realizzare una delle mie opere più grandi, costruita quasi integralmente con materiali di recupero.
Un altro motivo, abbastanza particolare, mi è venuto in mente quando ho montato uno dei miei lavori per provarne il movimento. Quando ho visto che tutto andava bene, che il moto era fluido ed interessante ho pensato: “gli piace!”. È stato un moto spontaneo pensare che il vento gradisse la mia opera come un regalo, come un giocattolo.  Da quel momento il vento è il mio migliore critico. Se va bene a lui va bene anche a me.

Che importanza ha il riciclaggio dei materiali nella tua opera?

E’ un’importanza notevole: l’idea per un nuovo lavoro mi viene molto spesso dall’osservazione dei materiali che recupero nei posti più disparati. Da un pezzo in fusione di ottone, trovato in una discarica di metalli, è nata per esempio “Libra“.
Preferisco comunque usare materiali già pronti piuttosto che andarli a comprare, cosa che spesso è difficile data la scarsa reperibilità di alcune materie prime: solo alcune ferramenta molto fornite hanno a disposizione barre e tubolari di ottone o alluminio o rame, che sono i miei materiali preferiti. Inoltre, filosoficamente trovo giusto riusare materiali preziosi che vengono scartati solo perché non si adattano più al sistema produttivo. Provo come una forte simpatia per i materiali rifiutati, mi soddisfa molto recuperarli e conferirgli una nuova dignità.
Mi dà una strana percezione vedere “morire” un oggetto. E’ una sensazione fortissima che provo quando vado da uno “sfasciacarrozze” e vedo automobili distrutte che una volta erano l’orgoglio del proprietario. Devo confessare che è un’emozione senza dubbio più intensa di quella che provo visitando un cimitero.
Inoltre, ma qui il discorso si fa più ampio, nel mondo occidentale contemporaneo le riparazioni vere e proprie non vengono quasi più effettuate. La filosofia moderna comporta la sostituzione integrale di parte o dell’intero oggetto non funzionante. Il problema è complesso e molto più vasto di quello che potrebbe sembrare: i sistemi economici come il nostro, basati sul consumo, impongono la soluzione della sostituzione integrale. Questo aspetto coinvolge anche tutto quello che viene definito “usa e getta”, dai pannolini ai piatti di plastica fino alle stampanti per computer, dove il prezzo della stampante è paragonabile al costo delle cartucce di inchiostro.
Non sono in grado di dire se questi metodi siano giusti o sbagliati, come modelli di sviluppo. So che per me il riuso è fonte di intensa soddisfazione, anche estetica.

E che importanza ha la tua formazione di ingegnere?

Sarei tentato di dire “nessuna” perché sono un ingegnere edile che avrebbe voluto fare l’architetto, quindi niente di meccanico. In realtà la scelta dell’edilizia è stata in gran parte provocata dagli epigoni del boom edilizio degli anni ’60, che ancora negli ultimi anni ’70 faceva sentire i suoi effetti, soprattutto a Roma. Mi ricordo ancora il vero e proprio affetto provato per una macchina per scrivere che ho smontato, rimontato, riparato, analizzato durante la mia adolescenza.
Trovo commovente la meccanica di precisione, la qualità dei materiali impiegati, l’ingegno delle soluzioni e l’accuratezza delle lavorazioni. In quest’epoca elettronica è difficile trovare qualcosa di divertente da smontare, infatti la meccanica è ridotta al minimo perché spesso inutile e soprattutto costosa.
Quindi dovrei concludere che la mia formazione di ingegnere è importante. Chi altro subirebbe il fascino di un meccanismo?

Molti scultori fanno realizzare le loro opere ad artigiani specializzati. Tu lo fai, o lo faresti?

Ti ho già parlato del piacere che provo a smontare e riparare oggetti meccanici, nell’ambito delle mie possibilità. In generale, la maggiore difficoltà del riparatore dilettante consiste nel difficile reperimento dei pezzi rotti od usurati (fuori produzione, introvabili se non si sa dove cercarli o riservati ai riparatori “ufficiali”). La frustrazione è spesso enorme: ho dovuto spedire un accendino a Milano perché è l’unico posto in Italia dove viene conservata la “preziosa” guarnizione che si era usurata.
Costruendo tutti i pezzi da me posso invece rigenerarli o sostituirli a piacimento. Inoltre, può capitare di fare modifiche per migliorare il funzionamento di alcune parti.
Ma in effetti il motivo principale per cui non mi rivolgo ad altre persone è che mi piace lavorare da solo.

 

Seconda parte dell’ auto-intervista, nella quale si parla della progettazione

 

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